La quercia dei 100 cavalieri

Sulla strada che scende da Tricase al suo porto, dove le acque del Basso Adriatico cominciano a fondersi con quelle dello Jonio, sorge una maestosa Vallonea, che tutti conoscono come Quercia dei Cento Cavalieri. Deve il suo nome così altisonante, così eroico, a un’antica leggenda (o forse a due). Si dice che alla sua ombra, forse per trovare riparo ai dardi infuocati del sole salentino, si rifugiasse assieme ai suoi cavalieri nientemeno che Federico II°, l’imperatore del Sacro Romano Impero, che amava molto la Puglia, tanto da essere chiamato in gioventù puer Apuliae; la ricoprì, infatti, di castelli (uno fra tutti, Castel del Monte) e vi soggiornava spesso, pur avendo la sua capitale a Palermo. Non sappiamo di preciso cosa lo spinse fin quaggiù, nell’estremo Salento: se l’intento di controllare da vicino alcuni vassalli riottosi o la ricerca di nuovi territori di caccia, poiché, come sappiamo da uno dei suoi scritti dedicati all’arte venatoria (De arte venandi cum avibus), Federico amava molto la caccia al falcone; o forse si trattò della semplice cavalcata di un sovrano irrequieto, che amava conoscere la sua terra, visitarla in lungo e in largo. Fatto sta che un giorno, se dobbiamo credere ad antichi racconti, troviamo Federico e i suoi cento cavalieri tutti rifugiati all’ombra della Vallonea tricasina.

Doveva essere ben ampio quell’ombroso tetto di foglie per dare ospitalità a tanta gente. Del resto, per immaginare la scena, basta sostare oggi presso questo albero patriarcale, perché la Vallonea è sempre là, a impressionarci con le sue dimensioni: il tronco ha una circonferenza di circa 5 m., la cupola della chioma ha un diametro di circa 30 m. e con la sua ombra copre un’area di 700 m. quadri. Invitante rifugio per trovare riparo dal dardeggiare del sole salentino!
Con queste eccezionali dimensioni la Quercia dei cento Cavalieri domina la campagna circostante, ergendosi come un Patriarca fra mirti e uliveti. E’ un vero monumento arboreo, che non si deve alle mani di uno scultore, ma alla creatività della natura. Il WWF l’ha iscritta nell’Atlante dei Grandi Alberi più antichi d’Italia e la Regione Puglia l’ha scelta come suo simbolo.

E se non bastano un imperatore e i suoi cento cavalieri a circondare la nostra Vallonea di un’aurea eroica, nel fruscio secolare delle sue fronde possiamo cogliere anche il sussurro di altri echi leggendari. Ci parlano di santuari antichissimi, dove l’alito del vento che faceva vibrare i rami portava la voce stessa degli dei, che poi i sacerdoti interpretavano (così avveniva a Dodona, in Epiro, territorio d’origine della famiglia arborea cui appartiene la Vallonea). O ci raccontano di guerrieri Crociati, che si accampavano sotto la cupola dei suoi rami, in attesa di partire per la Terra Santa; e forse agli armati si mescolavano anche gruppi di pellegrini, di penitenti itineranti, diretti al Santo Sepolcro. Infatti di qui, nel Basso Salento, passava un prolungamento della Via Traiana, estrema propaggine del viaggio via terra per chi, diretto in Oriente, sceglieva d’imbarcarsi a Leuca.

Dopo tante suggestioni leggendarie, è ora di ascoltare le notizie della storia vera, documentata. La presenza della Vallonea nel Salento ha origini più umili e travagliate di quanto faccia supporre l’alone eroico di cui, nello scorrere dei secoli, è stata ammantata. Si pensa che la presenza di vasti querceti nella zona sia dovuta all’opera provvidenziale di alcuni monaci basiliani, costretti a fuggire dalla loro terra dall’incalzare della persecuzione iconoclasta in atto in Oriente nel X° secolo d.C.. Traversato il mare là dove il braccio d’acqua era più corto (come, del resto, avevano fatto gli stessi Messapi insediandosi nel Salento circa 1000 anni prima), i monaci trovarono rifugio sulla costa salentina. Fu un evento positivo per entrambi, per i residenti e per i rifugiati, poiché questi ricambiarono, in un certo senso, l’ospitalità piantando attorno ai loro monasteri boschi di vallonee, di cui, fuggendo, avevano portato con sé i preziosi semi. Fu una provvidenza: col passare del tempo, gli alberi crebbero rigogliosi e contribuirono notevolmente al benessere della zona, poiché i loro frutti, le ghiande, erano assai grandi e ricchi di tannino, sostanza preziosa per conciare le pelli. L’artigianato e l’industria che ne derivarono fecero di Tricase un centro importante per il commercio del pellame e per l’economia di tutto il Salento.

A differenza delle note iniziali di questo articolo, qui niente di eroico, se non l’eroismo della fatica quotidiana, del lavoro che rende fruttuosi i molteplici doni della natura e lega fraternamente le generazioni. Ma voglio finire con una nota un po’ misteriosa, che risuona da molto lontano, dandovi appuntamento presso altri antichi alberi, che rivestono da secoli, col loro manto prezioso, tutto il Salento. Ne riparleremo.