Lu mare, lu sule e lu jentu

Lu rusciu te lu mare

Basterebbe già questo. Se due salentini si trovano in un’altra parte del mondo ed esce questa frase nella loro conversazione allora si sono già detti tutto. Sul serio!

Lu rusciu è letteralmente “il rumore” : un rumore amico, persistente, non aggressivo… affine al significato della parola “suono“, ma se un ingegnere esperto in onde osserva la statistica collegata a questo suono aggrovigliato parlerebbe proprio di “rumore”, per definizione!… quindi il termine è corretto: lu rusciu te lu mare… e nient’altro!

E’ come quel libro di Jan Morris, militare inglese della seconda guerra mondiale, che si innamorò della città di Trieste al punto da scegliere di viverci dopo il conflitto. Scrisse quel libro “Trieste o nessun luogo“, quando una singola parola o un singolo concetto esprime un intero mare di emozioni! Per il salentino concetti come quello del mare, la fatìa nei campi, il senso della morte e dell’amore raccontato attraverso le canzoni popolari delle pizziche, … sono tutti metalinguaggi che esprimono molto molto di più … a partire da un senso inspiegato e inspiegabile di qualcosa molto simile al senso di amarezza e di nostalgia per una vita non vissuta o qualcosa di lontano.

Tra Trieste e Ugento ci sono molte più cose in comune di quante non si pensino: il mare e l’entroterra sono profondamenti legati l’uno all’altro; sono territori di passaggio internazionale ora come allora; nella cultura della società di entrambi i centri urbani il mare riveste un ruolo importantissimo per la pesca, il turismo ed il carattere stesso dei cittadini; persino il vento forte (non a caso nel motto salentino compare lu jentu): a Trieste soffia impetuosa la bora, e quando spira scirocco c’è faugnu (cioè ”umidità ”) in ambo le città perché sono orientate allo stesso modo! Da ultimo, anche nel Carso triestino ci sono ulivi abbarbicati alla pietra dura che offrono un olio di oliva eccellente

Qualcosa che si prova in concomitanza di una partenza da questi nostri luoghi amati: uno stato un po’ depresso o mogio che chiamiamo anche “sindrome dell’emigrante” … qualche giorno prima di partire tutto sembra più lento, spento e meno gioioso e solo la vista del mare riassetta gli equilibri. Forse è il desiderio di tornare a vederlo di nuovo. O forse è un legame per quanti secoli prima di noi ne hanno scrutato l’orizzonte sognando opportunità e avendone allo stesso tempo paura.

Ulisse scruta il mare e prova allo stesso tempo paura e nostalgìa di casa (in greco antico il Nostos è il ritorno a casa dell’eroe): gli scritti omerici sono innanzitutto un viaggio nell’intimo umano ed è proprio per questo che ci piacciono tanto anche senza aver studiato chissà che

Io sono stato in servizio attivo in marina militare e una delle tradizioni è il cosidetto “battesimo del mare” , il momento in cui ti trovi in una nave, grande o piccola che sia, e intorno a te vedi solo il mare e il cielo… non si vede la costa o un approdo o delle luci in lontananza. la prima sensazione è strana e in alcuni può provocare anche sgomento, perchè è qualcosa alla quale non si è preparati.

Poi subentra la meraviglia per questa autentica poesia della natura: com’è possibile che l’universo sia frutto del caso? Forse tra i primi a pensare a un Dio ci sono stati uomini di mare, chissà!

Il lontananza la torre del porto di Torre San Giovanni: il mare, nell’inconscio degli ugentini, è legato alla pesca con cui si sono misurati generazioni di marinai del posto, attraverso una navigazione non facile per il moto ondoso dello jonio in corrispondenza di secche e isolotti a pelo d’acqua: in questo la torre del porto è sempre stato anche idealmente un ristoro per gli occhi e la mente di chi va per mare, mentre conta i secondi di faro acceso e faro spento che identificano il punto cospicuo come riportato nel Portolano

Ad ogni modo, guardare il mare per un salentino è un rito. Ed il suono delle sue onde sono musica: effettivamente è uno dei suoni più antichi comparsi sulla terra quando si è formata l’atmosfera e da allora c’è sempre stato. E’ qualcosa di atavico e di ancestrale. Non si può spiegare tutto.

Ma di sicuro il mare del salento è legato alle campagne immediatamente vicine alle spiagge. Le piante stesse che offrono il proprio frutto respirano l’aria carica di iodio e umidità e si fanno portavoci di profumi e sapori che sono legati alle coste.

Pensateci: quando assaggiate un’oliva o un calice di vino dentro c’è qualche molecola del nostro mare. Nel nostro sangue scorre qualcosa che ci accomuna. Benvenuti a casa. Tanto più che per un salentino l’ospitalità è un aspetto quasi religioso: “considerate la mia casa come fosse vostra” mi sono sentito dire quando è mancato mio padre e ho stretto la mano a ogni contadino di Ugento. Mi sono sentito a casa, mi è sembrato di non aver perso un padre, ma di aver trovato dei nuovi fratelli maggiori e zii e nonni.

Il senso del mare e di questa cultura dell’accoglienza sono direttamente collegati al mondo classico, quando il mondo ellenico arrivò a conquistare il “continente“. E per farlo si spinse nella navigazione a fare qualcosa di più di quello che faceva di solito: anticamente si navigava a vista della costa riconoscendo i punti cospicui (una tradizione della marineria che esiste ancora quando in marina si simula la navigazione stimata senza sistemi elettronici!). Rimando alla pagina web di questo sito in cui esprimo in maniera più approfondita il legame storico culturale tra la grecìa salentina ed il mondo ellenico dei 5 secoli prima di Cristo.

Un tempo la navigazione era possibile solo in vista della costa, con l’occhio di cubìa che cercava la rotta da seguire

Certo è che Ugento in particolare all’epoca dei romani doveva essere un centro di prim’ordine, se durante le battaglie tra Pirro e Roma (quelle fatidiche in cui vennero impiegati per la prima volta gli elefanti!) si schierò con Taranto e Pirro stesso contro Roma. Risultato: quando Roma vinse fece costruire un porto a Torre San Giovanni di collegamento con Porto Cesareo (indovinate da chi prende il nome!!) i cui resti sono stati trovati di recente e nuove scoperte vengono portate avanti quotidianamente.

Anche nel prosieguo della storia il mare è stato centrale per i salentini e gli ugentini in particolare: circolano storie e fattarelli (detti anche cunti) ambientate al tempo della dominazione ottomana (della quale non sempre si parla, ma era arrivata dal Salento fino alle porte di Firenze al tempo di Leonardo Da Vinci!).

Una di queste vede la vicenda struggente di una principessa rinchiusa in una torre in uno degli appezzamenti storici dell’entroterra ugentino (Torre delle Mammalìe) e al momento dello sbarco dei turchi fu confinata sull’isolotto di Pazze, uno dei tanti isolotti che distano poche centinaia di metri di fronte alla costa ionica che da sempre rendono perigliosa la navigazione (questi isolotti sono a quasi a pelo d’acqua) anche per la presenza delle “secche di Ugento“. Su questo isolotto da ragazzino ci sono stato tante volte in cerca di avventure – sentendomi un po’ Ulisse nella terra dei Feaci – e di cozze patelle con mio padre e i miei fratelli! Che splendidi ricordi!

L’isolotto di Pazze

Da ultimo, “lu rusciu te lu mare” è anche il testo di una tipica canzone salentina, che racconta l’amore impossibile tra due persone che mai potranno stare insieme, il cui ritmo è affine allo stesso tempo a quello di onde che ritornano sull battigia con insistenza e quello del battito medio di un cuore umano adulto (grosso modo 60 battiti al minuto): provare ad ascoltare e misurare per credere!

Cosa significa tutto questo?

Che gli artisti salentini si sono rivelati dei veri esperti di marketing !!

Il mare è la sua gente” scriveva un poeta marinaio ‘‘l’uno senza l’altro sono come un gabbiano senza ali, una vela senza vento, un uomo senza donna, un corpo senz’anima”.