Lu Carcajulu

Nei racconti popolari lu carcajulu è un folletto. La sua leggenda è diffusa in tutto il Meridione e ogni zona lo riconosce con un nome diverso:

Carcaluru, Laurieddhru, Laùru, Monacello, Moniceddhru, Munaciedd, Munachicchio, Scarcagnulu, Scattamurreddhru, Scanzamurieddhru, Scazzamauriello, Scazzamurrill, Scazzambrridd, Scazzamureggi, Sciacuddhri, Sciacuddhruzzi, Tiaulicchiu, Uru, Urulu.


Il nome forse deriva dal termine carcare, che nel dialetto dell’area jonico-salentina significa fare pressione, premere con forza. Difatti una delle attività preferite de lu carcajulu è proprio quella di posizionarsi sul petto del malcapitato e di premere così forte da togliergli il respiro.

Una volta lu carcajulu era uno dei racconti preferiti dei bimbi. E’ una leggenda popolare, ma ancora oggi c’è chi sostiene di averlo visto vagare per casa…

Quelli che tra voi sono appassionati di storie irlandesi, troveranno curiosa la somiglianza tra lu carcajulu e i folletti dei racconti celtici. Non è un caso. Secondo alcune leggende i Celti abitarono il Salento e costruirono i Dolmen.

Lu fattariellu te lu carcajulu

Un giorno un vecchio proprietario terriero di Veglie, decise, per poter accrescere la sua ricchezza, di comprare dei cavalli ed affittarli ai suoi coloni, cioè ai contadini che portavano avanti le sue terre, dimodoché essi potessero usare lu trainu e facilitare, così, il trasporto degli attrezzi da lavoro e del raccolto.

Acquistò allora i cavalli. Belli, fieri, possenti. Li pagò una fortuna, ma se li sarebbe ripagati col tempo.

Il fatto è che questo proprietario terriero non era proprio un brav’uomo. Spesso rimproverava e malmenava i suoi coloni che, per paura di perdere il proprio lavoro, subivano le angherie del vecchio in silenzio, ma in cuor loro nci jastimavane li meju muerti (insomma, gli bestemmiavano i parenti ormai andati…!).

Passò il tempo e il proprietario iniziava a vedere i primi frutti del suo investimento, ma allo stesso tempo i coloni iniziavano a vedere il peggioramento nel carattere del vecchio. Più si arricchiva e più li malmenava (e più loro, mentre giocavano a carte, la sera, davanti alla porta, raccontavano quante corne ha avuto in testa il vecchio).

Ma un giorno, mentre il vecchio si apprestava a prendere sonno, si sentì come soffocare. Non riusciva più a respirare e non sapeva da dove provenisse quest’affanno. Aprì gli occhi e – lampu! – si trovò di fronte lu carcajulu! “…tie sinti?” disse con tono irato al minuscolo folletto. All’udire di questo sproloquio, lu carcajulu lo soffocò con ancora più vigore. Dopodichè allentò la presa e si diresse verso la cucina, dove la moglie del vecchio stava raggomitolando la lana. Le alzò la gonna e le strappò una parte del vestito, poi andò verso i piatti e li gettò a terra. Più il vecchio si affannava ad inseguirlo e più lui diventava dispettoso. Poi scomparve.

Il vecchio, ancora brontolando per la visita del folletto, andò a dormire, pensando, però, a quello che avrebbe fatto l’indomani: riscuotere l’affitto del fondo.

Nel frattempo il folletto si era già diretto verso il podere dove i cavalli dormivano. In un lampo intrecciò le code dei cavalli e questi s’incazzarono (di brutto!). Iniziarono a scalciare e andarono via, galoppando più che mai, verso le campagne antistanti. Il folletto non era ancora stanco e si diresse, come ultima tappa, verso le case dei coloni. Alla vista del folletto s’agitavano e dicevano alle mogli: “mah! e mò cc’è bbole quistu?” Ma lu carcajulu ad ognuno di loro chiese: “vuoi cocci o soldi?”. Questi, che certo non erano nati ieri, dicevano tutti: “cocci”. E il folletto li riempì di monete d’oro e scappò via.

L’indomani i coloni pagarono l’affitto della terra al padrone e tornarono a lavorare con un bel pò di monete in tasca.

Il padrone, quando vide che i cavalli erano scappati, si rinchiuse in casa e bestemmiò fino all’indomani.

Com’è finita la storia? Non finisce. Ognuno la racconta come gli pare. Ognuno ci mette i nomi che gli pare e i paesi che vuole. Ma lu carcajulu è sempre lì, a far dispetti e a distribuire doni.