Il nonno Antonio

Il nonno, all’età di circa 16 anni, quando rimase orfano e iniziò la sua avventura da solo

Antonio Labbate. Classe 1914. Un anno che è tutto un programma: vita dura, tanta solitudine da ragazzo, la persona con cui più aveva un atteggiamento severo era se stesso.

Raccolse l’eredità aziendale dalla madre che era subentrata al marito: entrambi i genitori morti quando ancora non era pronto ad affrontare il mondo da solo.

Rimboccatosi le maniche, da Ugento si è proteso prima verso tutto il Salento e poi verso la zona di origine (Polignano a mare) per spingersi fino a Milano: semmai ebbe una figura amica di riferimento questi poteva senz’altro essere “il signor Ettore di Milano”, cui arrivò a dedicare il nome di uno dei suoi amati figlioli. Proprio quell‘Ettore che continuerà a seguire le orme paterne.

Ci sono mille e mille aneddoti sul nonno Antonio. Forse proprio per la genuinità della vita di un tempo in cui non esistevano molte distrazioni e la cosa che si faceva più volentieri per socializzare era parlare. E così nascevano e si raccontavano gli aneddoti, i “fattarielli”…

Come quella volta che alcuni malintenzionati riuscirono a rubare dell’olio di oliva dai bidoni stipati in fabbrica e furono per caso ascoltati nella loro conversazione da una guardia carceraria che riuscì a farli arrestare. Avevano usato un sistema molto semplice: una volta sottratto il prezioso prodotto dai bidoni, lasciandone una spanna, riempirono di acqua i contenitori….l’olio galleggia sull’acqua e nessuno si accorse subito della cosa.

O quell’altra volta, un aneddoto, questo, che mette in luce lo straordinario senso di umanità del nonno! Un amico di paese aveva necessità di acquistare un garage, ma la compravendita non era andata a buon fine per il prezzo troppo alto per le sue possibilità. Il nonno comprò quel garage al prezzo richiesto e subito dopo lo rivendette all’amico secondo le sue possibilità, tenendo per lungo tempo il riserbo su questa cosa in forma di rispetto della persona.

O ancora ddha fiata (proprio così…ddha fiata!…quella volta), in un’epoca, quella del secondo dopoguerra, dove non giravano tante macchine e per andare alle proprietà di mare distanti 5-10 km si usava lu traineddhu cu llu ciucciu (magari intonando una canzone per i figli “Se con le donne tu vuoi aver fortuna…non devi dimostrarti innamorato!“).

Ma quel giorno lu ciucciu nnu bulìa ne sape cu bbaje ‘nnanzi (“non ne voleva proprio sapere di andare avanti”). Il nonno scese dal carretto, prese da un cespuglio a bordo della strada sterrata un po’ di ramaglie spinose e “sollecitò” il posteriore dell’animale… sembra che non ebbero più problemi quel giorno. Se non uno: per la prima volta fece guidare il traino a mio padre, allora un bimbo di 10 anni circa, che inesperto della guida prese male una curva e fece strisciare (grosso modo “rrunzare” in dialetto ugentino… in ugentino “rrunzare” è pieno di significato, in maniera simile a quanto succede in inglese col verbo get!) la ruota su un muretto a secco, rovinando un po’ la ruota e un po’ il muretto. Per punizione lo fece scendere dal carretto e lo fece tornare a casa a piedi: effettivamente quel bambino, mio padre, non sbagliò più a condurre un carretto con l’asino.

Erano altri tempi!

Ma forse l’aneddoto al quale sono più legato è questo. Mio nonno (così come lo zio Ettore che oggi guida coi figli l’azienda Labbate) era dotato di un notevole senso pratico e della capacità di affibbiare soprannomi ironici alle persone. Dopotutto la vita di paese è così: ci si conosce tutti e ciascuno è il personaggio di una rappresentazione teatrale. E così, per esempio, mio padre, il primo ingegnere di Ugento – un paese di contadini dalla notte dei tempi – fu soprannominato “u dumma-lampadine” (letteralmente “quello che accende le lampadine”) ed il primo compito che gli affidò fu quello di progettare l’impianto elettrico del frantoio.

Nell’ultima occasione di parlare ai suoi figli poco prima di passare a miglior vita diede il suo ultimo consiglio. Alzandosi da tavola gli venne spontaneo dire ai suoi figli che quando avessero avuto bisogno di aiuto avrebbero dovuto rivolgersi ai fratelli, tra di loro “…perché se uno non va dal fratello a chiedere aiuto…da chi mai potrà andare?

… detto da lui che era rimasto solo tutta la vita per aver perso genitori e sorelle… per essere arrivato a questa conclusione significa che deve averci pensato un bel po’.

Nonno Antonio, accanto suo figlio Ettore, dietro di lui con le braccia conserte il contadino di fiducia che aiutava il nonno a distribuire e controllare gli incarichi nelle campagne (metà anni ’50)