Vini

Brasile, fine ‘800: Dionisio L’abbate versa un calice agli amici di avventure

I vini Labbate.

Conserviamo ancora qualche bottiglia di vino malvasia imbottigliato dal nonno Antonio nel 1977. L’ultimo vino del nonno.

Le viti del Salento (così come le piante di ulivo) vivono affondando le radici in una terra rossa, pastosa, ricca di minerali combinati col ferro, con la pietra calcarea (i “piezzi” : cioè grosse pietre affioranti sul terreno che ricordano le grosse forme di pane conosciute anche come “sassi di Matera”) e respirano l’aria ricca di iodio e di sali minerali provenienti dal mare cristallino tipico delle nostre zone. L’alta percentuale di salinità conferisce una pulizia e un gusto visivo delle acque al punto da far meritare a favore delle spiagge appellativi come “le Maldive del Salento”.

Nelle generazioni addietro la vita contadina era – davvero forte a dirlo – ricca di povertà!

Questo aspetto del quotidiano ha comportato che doni naturali e valori semplici come quella di vivere accanto al mare fosse apprezzato al massimo livello in ogni spunto della vita.

Ecco che nel calice di vino assaporato con calma prima ancora di percepire le proprietà organolettiche del vitigno, si fanno strada le canzoni dei contadini intonate nelle pause del lavoro, la bontà di una colazione (che è una vera e propria festa) a base di pane e pomodoro (o meglio di una frisa “sponzata” nell’acqua di mare), la calura provata nei campi (e forse alcune ardimentose e nascoste storie d’amore vissute con timidezza e focoso ardore: l’avete presenta la canzone dei campi “fimmine fimmine, ca sciati allu tabbaccu…ne sciati ddoje e nne turnati quattru!!”?).

E allora i vini, a volte un po’ grezzi se non addirittura forti, ma con un carattere proprio delle nostre terre si aritcolano nei vitigni negroamaro, malvasia, primitivo, bombino, … ma anche un semplice chardonnay, forse il vitigno più semplice da far crescere, ha un suo sapore caratteristico.

Nel caso dei singoli vini labbate ho proposto un’esperienza degustativa in due fasi. La prima è la valutazione del vino, quasi da manuale e procedura come insegnato nei corsi tecnici di base, quelli introduttivi che consentono anche ai comuni mortali una prima stima attraverso i 5 sensi.

La seconda fase è quasi un invito a un secondo sorso abbinato opportunamente a qualcosa che sia particolarmente adatto. Un negroamaro rosato assieme a un paté alle olive o alle melanzane; un bizzarro frizzante brioso assieme a una frisellina con patè di pomodori secchi o una fetta di salame; un primitivo con una bistecca fiorentina, magari insaporita da un filo di olio ZERO3… e così si scopre non solo che il gusto non muore in bocca, ma che ha la possibilità di esprimere la propria persistenza e il proprio carattere anche dopo più di qualche secondo.

Cin Cin!!